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Horror di periferia

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Non so se qualcuno di voi conosce il passaggio a livello di Via della Salute.wile coyote

Più che un luogo è un'attrattore fallace, una trappola mistica e mistificante.

Ma non solo.

Ogni giorni passando di lì ti chiederai la stessa cosa: faccio la coda sulla Persicetana Vecchia che so già che non mi passerà più, oppure mi gioco il jolly della Salute? Se troverò il passaggio a livello aperto allora sarà una pacchia. Ma sarà aperto? Ma sì, dai, non vorrai mica che sia chiuso anche oggi!? Farai ogni volta gli stessi lucidi ragionamenti, poi Invariabilmente opterai per il jolly, ma il passaggio a livello sarà chiuso e non ti sarai giocato solo il jolly, ma proprio la salute.

O forse la vita. Perchè il passaggio a livello di via della Salute è eterno.

Se va bene passerà un treno, se va male ne passeranno due, tre o un altro

numero primo di treni qualsiasi. Oggi ci sono stato fermo quaranta minuti o quaranta secoli al passaggio a livello della Salute. Quaranta secoli di solitudine di numeri primi di treni: ne sono passati cinque. O meglio, ne sono passati cinque prima della cronofrattura, poi non so più dire esattamente cosa sia successo, e neanche voi lo sapreste dire.

Fatto sta che, la sera, abbastanza inspiegabilmente dati i fatti, mi sono comunque ritrovato a casa mia e domani proporrò al TAR del Lazio che vengano abolite le ferrovie dello stato o, in subordine, che la strada venga rinominata in Via della

Salute Perduta.

 

Ieri, con la mia automobilina, fatti i ragionamenti, mi sono trovato ad essere il primo a ridosso delle sbarre chiuse. Subito dietro di me un fuoristrada nero come il peccato nascondeva il resto della fila ed insieme sottendeva tutte le frattaglie ignote dello spaziotempo della Salute. Dopo cinque minuti buoni è passato per primo da sinistra l'eurostar per Milano, poi, dopo altri cinque minuti è passato da destra l'intercity per Bologna, l'ultimo fatto normale. 

Al secondo passaggio il maraglio dietro di me, che non riuscivo a vedere attraverso il suo parabrezza, singolarmente opacizzato di grigio, ha fatto rullare i motori e dato quattro sgasate atomiche. Ma niente, le sbarre insolenti sono rimaste giù. Poi più niente per altri cinque minuti, a parte le sgasate del quadrumane. E sono lunghi cinque minuti a sgasare.

 

A un certo punto è transitato da destra un vagone solitario al passo di uomo pietrificato. A pensarci dopo parve strano assai che tale convoglio, per quanto scarno, non emettesse alcun rumore, nè alcuna luce, nè si intravedesse alcuno alla guida.

Essendo questi tre fatti tra loro primi e nel loro insieme incompatibili con il moto meccanico di un automezzo, avrei dovuto già sospettare di essere capitato in una strana zona dello spaziotempo e darmela a gambe.

Ma ciò non avvenne e rimasi invece tranquillo ad aspettare. Dopo circa altri cinque minuti avrei dovuto ancora accorgermi che il silenzio si era fatto totale, che la mia radio era diventata muta, e che gli alberi attorno stavano assumendo sembianze

che, pur essendo le stesse di prima, risultavano inspiegabilmente più minacciose. 

Ma ancora non mi accorsi di questo iato e quando ancora ripassò, questa volta da sinistra, e ancor più lentamente, lo stesso vagone fantasma, fu nel silenzio più devastante che udii il mio urlo alla vista dell'omone apparso dal nulla

a fianco del mio finestrino.

Costui (costui?) era un uomo all'apparenza normale, a parte le dimensioni cospicue, il sigaro che emetteva un fumo spropositato, e soprattutto il fatto che, come dire, era in bianco e nero. Non era a colori, voglio dire.

Ma cercare la normalità delle cose nelle loro singole apparenze  è assai fallace se il quadro d'insieme lo smentisce.

I tratti dell'uomo apparivano come smorzati e appianati da una specie di PhotoShop, e nel complesso sembrava come saponificato, se sapete cosa questo significa in medicina legale. Nel caso non lo sapeste vi sconsiglio l'approfondimento.

L'uomo al grezzo non badò per nulla al mio spavento e lo ignorò con la stessa sardonica incuria di un cinese che ti pianta, ridendo, un coltello nella schiena. 

Poi disse: --Ma sono robe??? indicando con il sigaro il passaggio a livello.

Il suo movimento provocò una tale scia di fumo da trasformare il nero in grigio e ben poco mi sollevò il poter apprezzare in quel momento lo scarno appiglio di razionalità di aver capito il motivo dell'opacità fumosa del suo parabrezza.

--Siamo qui da decenni! Aggiunse poi, e sono ora a pensare che questa sua affermazione potesse rispondere al vero. 

Ero terrorizzato e lo divenni ancor di più subito dopo, quando la scena virò improvvisamente ancora, e questa volta dall'orrore al comico. Perchè non vi è limite al terrore, e quando credi di essere già al culmine niente è più drammatico di una risata fuori posto.

Fatto sta che fu stavolta l'omone grigio ad urlare sobbalzando quando, dal buio dietro di lui, una voce femminile, ma in una orribile chiave di "fa" o ancor più bassa, disse: --VIENI !. 

Poi io vidi dei denti bianchi nel buio ed ebbi la forza credere ad una seconda lucida e rassicurante deduzione: era semplicemente una bagascia (nera) che si era avvicinata cercando di sbarcare il lunario. Ma al contempo giuro, giuro, e giuro che con la coda dell'occhio ho distintamente visto wilecoyote transitare sui binari con il carrello a su e giù! Poi finalmente le sbarre si sono alzate e mentre partivo sgommando ho voluto credere di aver in parte vissuto e in parte solo sognato.

Un'estate che non finirà

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formiche

E' iniziato tutto all'improvviso, come sempre, in un luogo speciale tra i mari e i monti. Per scatenare la transizione serve un posto così, un luogo di grande clima, dove si alternano altezze, profondità, venti forti.

Tutti sono stati colti impreparati, ma non io. Forte della mia determinazione e dei miei studi io ero pronto, attento a ogni stormir di fronde, ad ogni strana ombra del mattino, sensibile ad ogni inusual danza di uccello e ad ogni impercettibile sussurro del mare.

L'attimo maledetto, gravido di tutta la sua cupa insolenza, incombeva ancora invisibile tra i teli da mare insabbiati e le grida dei bagnanti. Si spandeva inodore tra la gente, come un alito satanico che ovatta i rumori e sbiadisce i colori del giorno. Ma io già lo sentivo. L'istante maledetto può essere colto, e se questo accade, il motore del cambiamento può essere fermato, forse per sempre. Io lo so.

E' un chiodo fisso quello di trovare questo attimo e di inchiodarlo, lo scopo della mia vita. Tutto è pronto. I colori dell’aria sono da qualche giorno troppo sgargianti per essere normali e da stamattina anche quelli che io chiamo i segnali paradossali sono intervenuti nel quadro. Infatti è la fine di agosto, ma la temperatura sale, sale, sale sempre di più e la sabbia scotta sotto i piedi come in un luglio sahariano. Un vento caldo di scirocco sibila di sabbia e di nenie africane. E' l'ultima beffa, poi finalmente il segno: una processione di formiche lunga metri nella sabbia davanti a me si ferma, improvvisamente.

C'è un canadair che si staglia nel cielo azzurro, giallo e stonato come una gigantesca banana, poi si abbassa sul mare schiumante a bere come un calabrone assetato. “C’è un incendio! C’è un incendio! Giù a Gabicce Monte!”.

E' l'ingannatore finale. Ora sono tutti con il naso all’insù, ma io non mi lascio distrarre: è il luogo, è il momento, è il segnale. Sta per accadere. Io lo posso fermare.

Una formica più grande delle altre gira le antenne a destra e a sinistra, indecisa. E' la regina, intuisco che intende invertire la direzione della carovana. E' il segno del cambio! Lo devo fermare! Ma mentre mi avvicino per colpirla una palla rimbalza nella sabbia lì accanto e le pedate di un ragazzino che la rincorre coprono di sabbia la formica regina. Rimango attonito a osservare il mucchietto di sabbia un attimo di troppo, quando mi scuoto tutte le formiche hanno già cambiato direzione. E' finita. Ora si scatenerà tutto, bastava un niente e ce l'avrei fatta.

Pochi minuti dopo sono goccioloni di pioggia sulle gambe e teli da mare usati come giacchette di fortuna durante la fuga. Freddo. Fuori e dentro. L'autunno arriva così, all'improvviso, come la morte, annunciato da un segno invisibile a quasi tutti. Il prossimo anno lo fermerò.

 

Non è un mondo per vecchi

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VecchioAlPCOk, ho  rubato il titolo. E posso pure averlo fatto a sproposito poichè non ho visto il film e non ho letto il libro. Io non leggo, sono solo il mezzo carabiniere che scrive, per la lettura rivolgetevi al mio collega. I’m sorry, scusi, pardòn. E comunque vecchi sarete voi.

Io sono un baldo ragazzo di cinquant’anni che da giovine credette nel progresso come potente motore di riscatto per l’umanità vagante nel buio dell’ignoranza, e che ancora oggi si muove a suo agio nella tecnologia e nei nuovi media scatarrando su facebook e soffiandosi il naso negli stracci di google. E anche se il tempo ha imposto il suo orrendo dazio sugli ideali e la luce del progresso pare più quella di Las Vegas che non la lanterna di Diogene, oggi è iniziata come una di quelle giornate speciali in cui mi sento ancora fiducioso nella tecnica e soprattutto nella mia capacità di padroneggiarla.

Oggi sono volitivo come la mia mascella rivela, proattivo come uno yogurt al bifidus, razionale ed ineluttabile come l’amministrazione di Equitalia.

E così, dovendo recarmi altrove, ed incallito nella spocchia del mio ego, ho deciso di acquistare un biglietto di treno VIA INTERNET. Tutto ciò nonostante le proteste subliminali del mio inconscio, che ebbe a dire, più volte e disatteso: ”Attento, attento, il biglietto dovrà essere STAMPATO!”.

Una minaccia globale. Ma io ho colto la sfida.

 

L’ho fatta mia, la sfida,  anche se le due stampanti casalinghe sono fuori uso da tempo, e questo genera le lamentazioni della moglie per tramite della certamente di lei figlia, e forsanche mia, la quale deve continuamente produrre relazioni scolastiche. Generalmente le stampanti funzionano sempre tranne quando è richiesta loro una stampa. Questa non è una contraddizione in termini [babbei !], e se  vi state chiedendo come sia possibile fare una valutazione sullo stato di funzionamento di una stampante senza che ci sia una stampa da fare, beh, la risposta è semplice.

Una stampante fa moltissime cose inutili in attesa di essere richiesta, invano, di fare il suo mestiere, si tratta generalmente di cose costose e che consumano energia, toner, pazienza e salute. Autopulisce le testine di stampa e scarrella a caso tremolando pericolosamente vicino al vaso ming della suocera, esegue rumorose procedure di allineamento quando state ascoltando il vostro disco preferito e può perfino decidere, in beata e femminile autodeterminazione, di produrre una stampa di prova pisciando geroglifici sull’ultimo foglio di carta che avevate pazientemente riservato per il vostro importante documento. Tutto ciò essendo naturalmente domenica, come anche oggi è. 

Una notte che una stampante era rimasta accesa abbiamo sentito chiaro rumore di ferraglia e la mattina dopo ce la siamo trovata in cucina, come fosse una vecchia lavatrice deambulante per via della centrifuga sbarellata. Ci sono schiere di animisti esoterici pronti a dimostrare, dati alla mano, che questi malevoli baracchini siano dotati di una perniciosa vita propria, e in verità molte sono le cose con un’anima irrequieta all’interno della tecnologica casa moderna.

Nel mio caso la situazione è peggiore perché anch’io, all’interno della mia casa, sono un’anima irrequieta sempre in bilico tra la fiducia nel progresso, che deriva dalla mia indole e dai miei studi, e lo schifo di vederne la sua applicazione asservita alle peggiori logiche commerciali, alla filosofia dell’usa e getta e allo schiavismo di miriadi di bambini cinesi e indiani che fabbricano e smontano, tossendo e vomitando, gli apparecchi con cui noi facciamo i fighetti.

E così nelle nostre case imperano le cassapanche piene di telecomandi, i cancelli automatici impazziti, i totem di rumenta audiovideo sotto la televisione, le lavatrici che parlano a vanvera.

E io, che sono pazzo, voglio ribellarmi. Voglio smettere di spendere tempo per guadagnare di più allo scopo di alimentare questa merda, voglio auto produrre, voglio aggiustare, insomma voglio vivere. Voglio spegnere Las Vegas e riaccendere il lumino della conoscenza, almeno a casa mia.

 

Ma il toner della mia laser è esaurito e la cartuccia del nero della mia inkjet si rifiuta di sputare l’inchiostro residuo perchè, come ho appurato consultando un edipeo enciclopedico, le si sono seccati gli ugelli (evidentemente una disfunzione sessuale). Nessuno te lo dice, ma le stampanti a getto d’inchiostro devono essere usate regolarmente, altrimenti succede questo fattaccio degli ugelli. Perchè ho due stampanti? Lo potete immaginare: alla terza disfunzione sessuale della getto d’inchiostro anche a me si sono seccati i marroni di sturare gli ugelli e ho comprato la laser.

Ed economicamente parlando converrebbe anche in questo caso comprare una stampante nuova per cinquanta euro, farci dieci o venti stampe e poi buttarla via insieme al bimbo che l’ha assemblata, invece che spendere una giornata di frustrazioni per cercare i ricambi.

E invece questa mattina, con la precisione di un tarlo, ho messo in riga tutte le cose da fare per rimettere in sesto le due vecchie carrette che ho già in casa. Io non sono tirchio, tutt’altro, ma la dimostrazione della padronanza sul progresso richiede che esso sia attivato in maniera sostenibile. Così ho investigato ed annotato esattamente cosa dover comprare e dove, ho giustificato il viaggio verso la città ostile ammortizzandolo con una spesa per offerte del mese al supermercato e fatto benzina al distributore economico.  

Voglio stampare il mio biglietto cogliendo occasione per sistemare l’annoso problema delle relazioni scolastiche di mia figlia e senza offendere il mondo. E senza passare da Las Vegas.

In piedi davanti a questo mondo che presto chiederà di comprare una stampante ad ogni nuovo foglio da produrre, che presto imporrà di acquistare un telefono usa e getta per fare ogni singola chiamata, io ho colto la sfida. E l’ho perduta.

Tornato felice dalla città uggiosa mi sono munito degli attrezzi necessari e mi sono messo al lavoro, forte di una cartuccia di toner per la mia stampante laser, di una cartuccia di inchiostro nero per la inkjet e dell’intero pomeriggio a disposizione.  

 

%$&%$£/&/  omissis  %£/$%()&=

 

La cartuccia per la laser non entra nel suo alloggiamento. Controllo il codice più volte: è lei. Ma non entra. E’ solo leggermente più lunga, forse un maledetto millimetro, ma non entra. Enumero i circa ottanta modelli delle stampanti dichiarate compatibili: la mia c’è, ma la cartuccia, che singolarmente ha la forma di una bara, si rifiuta di entrare. Vago in internet a cercare una spiegazione e dopo qualche mezzora trovo finalmente il contribuito di un nerd di Stoccolma che riferisce di una partita di stampanti strane per le quali occorre farsi spedire una cartuccia speciale direttamente da Baltimora. Non perdo tempo a controllare, è sicuramente il mio caso. Ho comunque la cartuccia per la stampante a getto, risolverò il problema a latere con una lima....

 

%$& pork %$£/&/  omissis  %£/$%()&=

 

Sono le 22. Domattina c’è il treno da prendere.

 

%$&%$£/&/  omissis - sonno irrequieto  %£/$%()&=

 

Sono le 8, è già domattina e sono alla stazione. Nelle mie mani IL BIGLIETTO (musica in sottofondo: TA-DA di SuperPippo). E’ costituito da un foglio bianco sporcato da alcune inintellegibili forme grigie e ricalcato a mano di mio pugno con i codici del biglietto, che come sapete sono: il PNR, il C/P, il nome del titolare che non è il mio perchè ho dovuto usare quello di riserva in quanto con il mio si è imputtanato il sito di trenitalia, il codice di attivazione che è più lungo di un IBAN internazionale esteso, e il codice biglietto propriamente detto che però è risultato vuoto.

Nel mio telefono il messaggino di trenitalia che termina con la frase “in allegato il suo attestato di viaggio [varie cacchine [cut]]. Attenzione: allegato non trovato”.

E’ con il supporto di queste pezze e della mia faccia come il culo che dovrò affrontare IL CONTROLLORE (musica in sottofondo: profondo rosso dei Goblin). Ho anche dimenticato i soldi.

Addio...

 

Il pomello della spada del Conte di Porcia e Brugnera: un'ora al cospetto del più grande.

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tiziano6 dic 2010 - Pinacoteca di Brera. Fermatevi alla sala VII.

E' una sala che ospita alcune opere di grandi ritrattisti del 400/500. Sono grandi e 

grandissimi pittori, sono Moroni, Lotto, Tintoretto. Sono ritratti vivi, magistrali, ma ce

n'è uno che risalta subito, come una rovesciata di Pelè in mezzo ai gesti pur nobili di

altri grandissimi giocatori. Mi avvicino, ma già ho riconosciuto la mano: è il ritratto

del Conte di Porcia e di Brugnera, una delle opere considerate "normali" nell'immensa

produzione di Tiziano Vecellio. Mi fermo venti minuti, con la pelle d'oca: il trine magistrale

del colletto, ombre e luci puntiformi e incredibili nel volto...

Proseguo lungo la galleria, ma non più con la stessa voglia, la stessa tensione, come se avessi già mangiato il tiramisù e mi presentassero i maccheroni. Arrivano le sale conclamate: c'è il tempietto 

di Raffaello, c'è Piero della Francesca, c'è il Cristo flagellato di Donato Bramante. Sono opere

clamorose, che hanno fatto la storia della pittura, ma sono anche uomini e donne in pose

troppo costruite, occhieggianti alle mode del periodo... insomma, vorrei tornare là, alla sala VII.

Poi ci sono i cultori della luce, sono fronti e toraci biancastri e luminosi, a cercare

di imitare un altro maestro, senza riuscirvi. E infatti eccolo là! La Cena di Emaus: Caravaggio!

Intorno ci sono i riflessi dei Carracci, dei Carpacci, dei Procacci e dei Procaccini, ma niente 

da fare, la cena di Emaus si erge lì come una cagna in mezzo ai maiali.

Cerco di capire il perchè. E vedo che non c'è niente di manieristico nel Cristo e negli apostoli 

di Caravaggio. Sono UOMINI con le loro magistrali espressioni dell'anima, non 

manichini, non modelli. Tutti lo vedono: Caravaggio è per tutti , sia ben chiaro, questo non è

un difetto. Tiziano non è proprio per tutti...

Sono ancora con la testa là, il conte di Porcia e Brugnera è ancora di più, lo so.

Devo capire perchè. Torno alla sala VII all'opera "minore" di Tiziano.

Guardo, mi allontano, mi avvicino. Nelle luci del volto c'è già tutto Caravaggio, ma questo lo

so già. Perchè ho la pelle d'oca, cosa mi sta dicendo il più grande di tutti?

Osservo il trine incredibile dl colletto, gli occhi, la barba. Anche questo è un UOMO,

non un modello, ma c'è di più...

La mano sinistra è appoggiata a qualcosa, forse il bracciolo di una poltrona o un trono.

Ma è un po' troppo abbarbicata,  è tesa. Perchè? Torno al volto...

Quest'uomo è irrequieto, ma non in modo palese, in modo sottilissimo: si sta trattenendo.

La pelle d'oca cresce, qualche lacrima, qualche singhiozzo. Comincio a capire.

Più sotto, nel nero c'è una pennellata bianca, una sola, magistrale! E' il polsino dell'altra manica,

si intuisce la mano destra, che non c'è, non è dipinta.

Perchè c'è questo incredibile polsino, da cui si indovina tutto un braccio che non cè.

Non può essere casuale, stiamo parlando di Tiziano.

Più a destra nel nero, dove dovrebbe trovarsi la mano ci sono tre minuscoli segni bianchi.

Chi ha mai segnato questa tela? Metto gli occhiali, guardo meglio...

NON E' POSSIBILE!!! E' INCREDIBILE!!!! 

Sono tre segnetti bianchi, un minuscolo circoletto e due archi,

un millimetro quadrato di bianco! Sono i riflessi di una luce fioca

sulle venature d'argento del pomello della spada! E' il pomello della spada!

Mi riallontano, incredulo, ora è chiaro! Tutta la tensione del quadro si scarica lì, in quel 

punto preciso, come li linee di fuga di una prospettiva! Sto piangendo come un vitello. Non potete capire, lo dovete vedere!

Tiziano ha voluto rappresentare in modo intrigante e magistrale lo stato d'animo sottilissimo di un uomo, (DELL'UOMO!)che cerca di controllare la sua collera e ancora non sa se la mano sinistra lo terrà ancorato alla ragione o se la mano destra estrarrà infine la spada!!

Un millimetro quadrato di bianco che da solo vale come tutto il resto della pinacoteca

Come possa un uomo arrivare a tanto è per me un mistero...